frima franco mancini


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PRESENTAZIONI


Mario Lunetta, presentazione del volume "Il tempo sospeso" - presentazione del volume "
Grumi di Silenzio"

Rubina Giorgi presentazione della mostra "Pieni e Vuoti in un laboratorio di immagini" - nota critica per il volume "Grumi di Silenzio"

Francesca Vitale per le mostre "Il mare assente"e"Fragori e stillicidi" - nota critica per il volume "Il tempo sospeso"

Adriano Donaggio per la mostra "Come un'onda"

Giacomo Carioti per la mostra "Tevere in Blu"

Sabrina Ricciardi per la mostra "Eden segreto"

Rodolfo Settimi per la mostra "Dialogo sulla forma"

Zeno Tentella - nota critica per il volume"Grumi di Silenzio"


RECENSIONI


Laura Canciani in "Pòiesis"


Antonio Luccarini "Il Messaggero Marche"











 


Franco Mancini: lo scatto fotografico come interrogazione filosofica

L’odierno enigma di Franco Mancini è determinato da una sorta di pietrificazione dell’immagine in cui tuttavia continua a diramarsi una rete di dinamiche interne di sottile, non di rado crudele energia. Il fatto è che l’artista tratta le diversità dei “generi” iconici con un’indifferenza assoluta, impegnato com’è in un’opera di ridefinizione dei volumi, delle grafie, delle densità, dei profili, delle misure del visibile, in una sorta di arbitrarietà non contemplativa, ma tutta giocata su una serie pressoché infinita di sollecitazioni di spostamento. Si assiste, visionando queste icone, alla cancellazione degli steccati di categoria per una drastica scelta di sconfinamento. Mancini ignora ormai, non per rimozione provvisoria ma per archiviazione risolutiva, ogni possibile alibi legato alla definizione di “paesaggio”, di “personaggio”, di “veduta”, di “studio”. Un’operazione di tal fatta esclude ogni evanescenza e non sublima niente, quasi adombrando nei confronti del proprio senso e di quello del riguardante una sfida che non saprei che definire di natura filosofica. Nella consapevolezza della sua profonda maturità, Mancini non dà una raffinata lettura del mondo, o una riproposizione del cosiddetto reale, ma realizza – di questo mondo e di questo reale – un attraversamento che è al tempo stesso narrativo e critico. E questo sta accadendo in forza dell’arricchimento che la prima fase lirico-crepuscolare dell’artista ha saputo darsi, come trasformando se stessa in una dimensione tragica che scandisca con rintocchi definitivi la solitudine, il vuoto, la “povertà” della bellezza (di natura e di artificio, di corporeità e di tèchne) quando alienata dalle sue ragioni totali, a motivo del suo essere agìta in un contesto di continua sottrazione. Mancini ridefinisce in continuazione la sua cifra di grande autore perché non si sofferma un istante a civettare con una maniera ormai da tempo altamente accreditata. Il suo è un discorso di acutezza lacerante perché perennemente inconcluso, malgrado l’impressionante fermezza della resa visiva: e inconcluso in quanto ogni immagine rimette in discussione la precedente, e l’altezza dello stile si afferma come ribellione del sogno-continuità contro la censura-interruzione, della complessità inclusiva (anche quando puntualmente determinata) contro la semplificazione adottata come cortocircuito per l’indeterminatezza. La facilità non di rado leziosa con cui molti fotografi trattano il rapporto luce-ombra non interessa le creazioni manciniane, dal momento che l’artista lavora tenacemente sulla ricostruzione del suo progetto/mondo a fronte della dissipazione di esso. Non subisce la suggestione dei relitti, dei ruderi, delle macerie, ma ne elabora una proposizione sempre contemporanea, anche duramente sottesa fra imago e storia. E’ qui la sua forza e, direi, la sua tagliente originalità. Mancini non opera in condizioni di inferiorità rispetto al soggetto, ma ne esprime tutto il possibile rispetto attraverso l’intransigenza del suo occhio giudicante, che peraltro lascia al protagonismo di ciò che è ripreso uno spazio inalienabile. Ciò accade perché egli opera costantemente seguendo un suo personalissimo V-Effekt, mantenendo inalterata una distanza di discrezione nei confronti dell’immagine con cui interloquisce, prosciugando ogni possibile bava emotiva, ogni piacevolezza, ogni ruffianeria. Il suo è un discorso di dislocazione che non prevarica: nel senso che il suo sguardo si pone genialmente come agente “di servizio” rispetto alle potenzialità del soggetto, mai come sopraffazione, mai come intervento di rapina. Tutte queste splendide immagini parlano insieme di sé e di chi le osserva... E il riguardante, goloso e frenetico, lo ringrazia per avergli aperto, ancora una volta, un’infinità di spiragli su ciò che dell’inesauribile spettacolo del mondo non riuscirebbe mai a vedere da solo.

Aprile 2010

Mario Lunetta