frima franco mancini


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MOSTRE

CIELI E TERRE DELLE MARCHE

COME UN'ONDA

TEVERE IN BLU

EDEN SEGRETO

STRAVAGANZE ROMANE

IL SONNO DEI PLATANI

I LUOGHI DEL SILENZIO

IL MARE ASSENTE

DIALOGO SULLA FORMA - MATERIE METAFORE SILENZI

FRAGORI & STILLICIDI

SCENA MINIMA

PIENI E VUOTI IN UN LABORATORIO DI IMMAGINI

LUCI E OMBRE D'AMORE E DI FOLLIA

CONTAMINAZIONI

GRUMI DI SILENZIO - LA MERAVIGLIA DEL QUOTIDIANO

MOSTRE COLLETTIVE

PIENI E VUOTI IN UN LABORATORIO DI IMMAGINI - 2006

Franco Mancini ha intitolato un suo recente libro di fotografia (Roma 2005) "Il tempo sospeso". Forse perchè la fotografia fissa un momento che altrimenti andrebbe perduto, staccandolo dall'insieme di una composizione o da un casuale provvisorio composto visivo? Se così, la fotografia della quale tanto si è detto (a proposito e a sproposito) che catturi la sola superficie delle cose, andrebbe piuttosto al cuore del dettaglio o del passaggio effimero, e sarebbe in possesso della straordinaria capacità di immortalare, magari per sezioni e particolari, la fantasmagorica superficie del mondo, la sua essenziale transitorietà. Essa avrebbe il potere di compensare la scandalosa capacità di riproduzione come caratteristica della modernità con la capacità di fermare e offrire momenti irrepetibili, e anche di far affiorare in superficie il profondo. Tali momenti, fermati, sarebbero tali da destare come primo e fondamentale effetto la meraviglia - un effetto che la grecità filosofica attribuiva alla filosofia. Si darebbe una dimensione filosofica del fotografare? E il fotografo sarebbe in poitenza un filosofo? Non so, può darsi. Da quando conosco l'artista in fotografia che è Franco Mancini, ho l'impressione che si possa vederlo guardarsi intorno e lontano e vicino come con l'ansia di non perdere qualcosa che gli si stia offrendo e con un attitudine di circospetta attenzione o di intenta curiosità e in atto di riportare ciò che vede a un assentarsi in se stesso, forse a un interna continua visione o forse informe rimuginazione, silente o poi partecipata. [...] Sembrerebbe interdire una simile lettura sentirlo professare e protestare che sua norma è quella di affidarsi alla fulmineità del primo scatto- ciò che escluderebbe meditati appostamenti e interventi trasformativi. [...]Ora il "primo scatto" alla Cartier-Bresson sembrerebbe riposare o trascurare la metamorfosi, il reale in mutazione. Ma, pensandoci bene, il "primo scatto" potrebbe essere la rapidità dell'artista proprio nel cogliere l'una o l'altra particolare essenza mentre passa altrove, il tanto in più che l'arte aggiunge al fotografare, a differenza di ogni altro operare fotografico. [...]Un "primo scatto" , che potrebbe venire di volta in volta costituito da taluni fermi per così dire, sigilli che l'artista appone d'impeto su una realtà dapprima nel suo fondo indifferenziata, dapprima appresa quasi come sfondo e rumore, indistinzione - il deserto del mondano groviglio di cose : essi valgono a far emergere, e al tempo stesso trattenere , ciò che nelle cose è appunto singolare e irripetibile, l'anima delle cose, qualche volta una loro personale maschera, difensiva e relativa...

R. Giorgi