frima franco mancini


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MOSTRE

CIELI E TERRE DELLE MARCHE

COME UN'ONDA

TEVERE IN BLU

EDEN SEGRETO

STRAVAGANZE ROMANE

IL SONNO DEI PLATANI

I LUOGHI DEL SILENZIO

IL MARE ASSENTE

DIALOGO SULLA FORMA - MATERIE METAFORE SILENZI

FRAGORI & STILLICIDI

SCENA MINIMA

PIENI E VUOTI IN UN LABORATORIO DI IMMAGINI

LUCI E OMBRE D'AMORE E DI FOLLIA

CONTAMINAZIONI

GRUMI DI SILENZIO - LA MERAVIGLIA DEL QUOTIDIANO

MOSTRE COLLETTIVE

GRUMI DI SILENZIO - LA MERAVIGLIA DEL QUOTIDIANO - 2010

La mia fotografia nasce da una rivelazione (o scoperta): che anche le cose più semplici, anche quelle all’apparenza più povere e inutili, possiedono in realtà una vita segreta che può essere captata solo quando lo sguardo sappia muoversi in sintonia con la mente e con il cuore, rendendosi disponibile a un improvviso stupore. Così una sedia vuota (magari una fila di sedie vuote) di cui ci colpisce improvvisamente la nudità; oppure un sasso di perfetta rotondità che un evento sconosciuto ha appena diviso in due emisferi che ora sembrano cercarsi come per attrazione magnetica; o, ancora, un paese arroccato su un cocuzzolo, che vediamo rovesciato nell’acqua del disgelo di primavera… Così, ancora: una struttura spoglia sullo sfondo di un mare senza tempo; una colomba che esce dal buio della colombaia cercando la luce; personaggi umani che mettono in scena senza saperlo un prezioso teatrino del quotidiano (le “figurine della vita”)… Sento che le cose, gli oggetti, le situazioni, le persone, le immagini di vita che incontro nei miei viaggi in compagnia di me stesso hanno un loro vissuto strutturato, un vissuto che è “memoria del mondo”, è “storia” (storia geomorfologica e storia umana), il segno del divenire incessante di tutto ciò che conosciamo (o non conosciamo). Sto bene con loro, perché la loro epifania mi fa riscoprire la “meraviglia del quotidiano”. Amo questi incontri-apparizioni, che sembrano sottendere anche richiami archetipici. Sono luoghi dell’anima. Li isolo dal contesto spaziale e temporale cui appartengono e avverto la sensazione di vagare in luoghi speciali, in territori nei quali il tempo è sospeso. E’ come se improvvisamente si aprissero porte sconosciute sul mondo… La fotografia, che ho scoperto negli anni della maturità, è uno strumento straordinario per cogliere l’anima delle cose. Per la ricerca della verità. Per capire, per conoscere. Per amare. E infatti con la fotografia scopro anche che le immagini, nella coscienza culturale dell’Occidente ma non solo, altro non sono che pensiero altamente sensibile ossia “pensiero d’amore”. Lavoro essenzialmente con il terzo occhio, quello della mente. Lascio spazio all’immaginazione, mi concentro, ascolto, fino al punto che l’oggetto inquadrato dall’obiettivo si carica di senso e di significati, riflettendo, come un’icona del mondo interiore, istanze profonde e radicate, domande esistenziali sul senso delle cose e della vita, inquietudini, luci, ombre, misteri. Ai miei occhi diventa altro, evocando suggestioni leopardiane. Mi abbandono alla visione, attendendo squarci di luce… Un’aura di immaterialità e atemporalità sembra ridisegnare l’oggetto del mio sguardo conferendogli una carica simbolica ed emotiva. Mi commuovono l’innocenza e l’unicità dell’evento. Sprigionando allusioni, rimandi, messaggi in codice, la visione agisce sul mio animo, facendo affiorare dal profondo depositi di memoria, mentre io avverto la sensazione di restare sospeso in un vuoto della mente e del cuore, come in un’esperienza Zen, avvolto in un grumo di silenzio. Provocatoriamente autosufficiente e autoreferenziale, l’oggetto fotografato, ora immobile davanti ai miei occhi, mi appare come protagonista di un evento cosmico. Microcosmo e macrocosmo si giustappongono e sembrano saldarsi insieme nel fotogramma. Mi risveglio. Vibra l’arpa dell’universo. Il “Gran sole carico d’amore” rischiara il mio - il nostro – arduo cammino alla ricerca del senso della vita e della verità. Franco Mancini

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